fuga dei camerieri

La fuga dei camerieri si ferma con contratti chiari e tutelanti

Iniziamo a proporre contratti accettabili a ragazzi che vogliono fare camerieri, baristi e altri lavori nel turismo. Forse non ci troveremo a sentire continue lamentele sulla scarsa voglia di lavorare dei giovani”. Da quando il Governo ha prospettato le nuove aperture e con l’avvicinarsi della stagione estiva, si è alzato forte il grido dei commercianti e delle associazioni di categoria sulla difficoltà di trovare lavoratori per le loro attività.

I bar non hanno camerieri, i ristoranti faticano a trovare personale di sala, i lavoratori degli alberghi sembrano spariti… e la colpa oltre della poca voglia di lavorare dei ragazzi è affibbiata ai sostegni economici che prima o dopo la pandemia avrebbero agevolato la sindrome del divano.

Intanto, a Bergamo, il numero degli addetti in bar e ristoranti è calato di oltre 3.485 dipendenti. Un crollo pesante a cui però non corrisponde un aumento delle candidature in un settore che in provincia conta circa 3.900 imprese tra bar, ristoranti, alberghi con ristorante, mense e imprese catering, in cui sono occupati più di 5.200 addetti indipendenti (titolari, coadiuvanti e soci) e oltre 22.100 dipendenti (dati ASCOM).

Per Claudia Belotti, della segreteria FISASCAT CISL di Bergamo, il problema è molto chiaro. “È palese che nel settore vengano offerti solo ‘contratti poveri’. Si parte con dei tirocini per arrivare ad un massimo di part-time a ore ridottissime. Il lavoratore si sente sfruttato perché chiamato solo nel momento di massimo impegno lavorativo,  di conseguenza  per garantirsi un minimo di sostentamento è costretto a trovare un ulteriore  occupazione… Pensiamo alle mense scolastiche che funzionano 9 mesi su 12, piuttosto che alle località turistiche dove si concentra il massimo della clientela solo in pochi mesi all’anno. Anche nei locali per così dire annuali la situazione non cambia si privilegiano contratti a chiamata o part-time sui week-end per poche ore settimanali. Inoltre di fronte a questa precarietà le aziende non investono sulla fidelizzazione, anzi la disdegnano. Si assiste alla logica  via uno, sotto un altro più giovane, più flessibile che costa anche meno, per non parlare della formazione, soggetto assente in quasi tutte le strutture. Siamo convinti che la formazione per la ‘professionalizzazione’ non è un costo ma un investimento sul futuro. Principio che conoscono bene alcune aziende, ma purtroppo non tutte!”.

Intanto, continua comunque a crescere il lavoro illegale, in nero, anche nel mondo della ristorazione. “Sappiamo – continua Belotti – di scuole alberghiere che ricevono richieste da strutture che poi propongono contratti miseri. È vero che conta anche l’esperienza che si fa direttamente al lavoro, ma la professionalità va comunque sempre riconosciuta, se poi non si vuole aprire il capitolo delle fughe all’estero di chi cerca lavoro. Invece, il circolo virtuoso che si crea con contratti regolari, che prevedano adeguate tutele e che siano  un investimento sul lavoratore, finirebbe anche per ricompensare l’azienda”.

Nel turismo e nel suo indotto, invece, si ricorre  spesso al nero, e in pochi casi a contratti anomali. I ragazzi che entrano così nella struttura non si sentono considerati parte della squadra, nessuno li fa crescere.

Finché non ci saranno salari e ammortizzatori adeguati – conclude Belotti – la gente si rivolgerà ad altri comparti produttivi, come avvenuto in questi mesi con il manifatturiero e i supermercati. FISASCAT CISL è pronta per confrontarsi con Imprese e Associazioni di categoria. Abbiamo negli anni scorsi anche fatto partire un progetto per sollevare il velo sul tanto lavoro grigio che aleggia nel settore. Oggi ci piacerebbe sapere quali risultati ha prodotto per partire a confrontarci con le imprese per trovare una strada condivisa per gestire questo particolare settore”.

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